Savoia, e' ritornata la febbre bianca

Giuseppe Chervino

Rubriche - 11/01/2012 09:58

Tralicci, antenne, trasmettitori, cavi, mixer e microfoni. Immerso negli strumenti che azionavano la modulazione di frequenza delle radio libere, a metà degli anni settanta, iniziai a raccontare del contagio che mi aveva colpito prima ancora di sedermi nei banchi delle elementari. Una contaminazione ereditaria, diffusissima tra la mia generazione, una inguaribile febbre bianca denominata Savoia. Chi non è stato infettato, non potrà mai capire. Hai voglia a descrivere, a spiegare, a chiarire, ad illustrare, a delucidare, a litigare sull’insussistenza di qualsiasi preparato terapeutico capace di abbassare “quella” temperatura corporea. Ovviamente, come tutte le febbri che si rispettano, in questi lunghi anni si sono sovrapposte ed alternate numerosissime escursioni termiche, ma nessuna di esse è riuscita mai a scalfire la cronicità della patologia. Un paio di estati fa, però, ho iniziato ad avvertire, inspiegabilmente, inequivocabili sintomi di guarigione. E’ successo dopo una fase acutissima di febbre alta coincidente con l’ennesima, umiliante scomparsa del Savoia dalla mappa geografica del calcio nazionale. Mi risveglio una mattina e mi sorprendo in uno stato quasi  vegetativo. Hanno rifondato il Savoia, ma la febbre non è salita. Al Giraud è ritornata in campo la gloriosa casacca bianca, ma la circostanza mi conduce ai limiti dell’indifferenza. Non era mai successo in passato. Nemmeno quando uno dei tanti mecenati transitati da Torre Annunziata indusse in tentazione un’intera città ipnotizzandola con lo scopo di trasferire altrove un autentico patrimonio: un secolo di storia calcistica. In quel caso la febbre si manifestò, probabilmente, per una sorta di difesa immunitaria. Ma comunque si manifestò. Nell'ultimo episodio, invece, no. Per fortuna scopro subito di non rappresentare un preoccupante caso isolato. Altri soggetti come me, titolari delle stesse anamnesi e patologie, si stravaccano senza pentimenti sul divano davanti alla pay tv mentre in contemporanea il Savoia va in campo (in casa o fuori, non fa differenza) per una gara ufficiale. E’ un fenomeno strano e, dunque, va studiato. Chi meglio di un medico può azzardarsi a farlo? E chi meglio di un medico che per diletto fa anche l’allenatore, il dirigente e il socio di una squadra di calcio? Ed ecco emergere le ipotesi più suggestive e fantasiose sulle concause della stravagante manifestazione: presunzione, mancanza di umiltà e di professionalità da parte di giornalisti dilettanti e “da due righe”. La bizzarra quanto bislacca diagnosi non contempla, però, l’attenuante più tipica degli scettici che, di fronte ad un repentino e non condiviso cambio di denominazione societario, si sentono scippati, defraudati, estorti di quella stessa centenaria storia di cui sopra. Se poi si aggiungono altri ingredienti come scarsa chiarezza degli obiettivi, dubbi sulla solidità economica della nuova società, sconsiderate dichiarazioni contro parte della stampa, allora il divano diventa sempre più il protagonista incontrastato delle domeniche di “quelli della febbre bianca”. Ma, come accennato, si tratta di una febbre che non è possibile debellare. Lo sa perfettamente il medico e anche il suo entourage che lo induce in riflessione portandolo a realizzare quella che lui stesso ha definito “una delle azioni più belle mai fatte in vita mia”. Chiede scusa ai giornalisti e in particolare a Silvestro Di Maria che, ahimè, lascia la vita terrena appena un mese dopo. Per onorare la memoria del mio Piccolo Grande Amico scomparso, ritorno in tribuna stampa al Giraud dopo quasi tre anni d’assenza.

Arrivo alla postazione che di solito occupava Silvestro. Mi fermo. Mi sento strano, ma capisco immediatamente di cosa si tratta. E’ lei. E’ ritornata: la febbre bianca.

 

 

*Direttore Responsabile

TorreSette e torresette.it 

Corrispondente

Corriere dello Sport-Stadio  


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