La Sampdoria ha conosciuto "l'altra" Juve che l'ha fatta tremare
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- 12/12/2011 11:23
E se questo fosse davvero l’anno della Juve? Quale? Beh, quella che qualcuno, alla vigilia della sfida con la Sampdoria a Marassi ha definito forse fin troppo facilmente… “l’altra”. Quella di Braglia, dei presidenti Giglio e Manniello, dei 1.500 cuori pronti a pulsare in uno degli stadi più belli e prestigiosi d’Italia. Quella di Marco Sau, del “tamburino sardo” che a colpi di gol e giocate degne di ben altri palcoscenici della serie B, sta pian piano dettando tempo e ritmi dell’incredibile annata del vecchio e glorioso Stabia.
Si, vecchio e glorioso. Perché a dispetto di qualcuno, il calcio a Castellammare c’è da oltre cento anni, dal 1907 (la Sampdoria nasceva solo nel 1946). E poi glorioso, perché se la serie B, com’è stato fatto notare, “l’altra” Juve l’ha rivista solo dopo sessant’anni, nella sua lunga storia annovera persino uno scudetto, quello dell’Italia del Sud, oltre a due coppe Italia. Ha dato lezione, la Juve Stabia, a Marassi: di gioco, di umiltà, di rispetto, dimostrando di avere quegli “occhi della tigre” che evidentemente manca a diversi club blasonati in categoria. Piero Braglia, nonostante un rigore sacrosanto su Sau ed un fallo evidente su De Bode in occasione del gol di Pozzi, a fine match ha avuto solo parole al miele per la Sampdoria, ribadendo l’importanza del risultato, nonostante l’ovvia rabbia di aver dovuto subire un pari che ha impedito all’impresa di diventare quella “grande”. Ha accolto con semplicità i complimenti di chi gli faceva notare che negli ultimi dodici mesi a Marassi una squadra bella come la sua non si era mai vista. La sua era la Juve Stabia, quella vera, non “l’altra” Juve. La più bella realtà del calcio di serie B, la squadra di giocare contro tutto e tutti, persino le penalizzazioni (senza quelle sarebbe in lotta per la promozione in serie A), ha dato ancora una dimostrazione di cosa voglia dire fare calcio con una passione antica, con quel modo di vivere lo sport che oggi, forse, o meglio, purtroppo, appartiene sempre meno a questo calcio. Iachini, che a dispetto di molti addetti ai lavori, a Genova, conosceva bene l’avversario, aveva avvisato tutti delle difficoltà della sfida con la Juve Stabia. Così è stato. Alla fine la grinta di Cazzola, la tecnica di Sau, la determinazione di Mezavilla, l’impeto di Dicuonzo, le scorazzate di Zito, la concretezza di Danilevicius e Baldanzeddu, l’estro di Erpen ed una retroguardia praticamente perfetta, con Molinari e Scognamiglio tornati sui livelli mostruosi dello scorso campionato, ed un Colombi che ha mandato più di un messaggio al cittì dell’Under, Ciro Ferrara, senza dimenticare la perla di Sau, hanno compiuto il piccolo miracolo: “l’altra” Sampdoria, quella incapace di brillare a cospetto della matricola terribile, “l’altra” Sampdoria, quella costretta a mettere sul piatto tutte le sue carte per riuscire a centrare un preziosissimo pareggio interno, “l’altra” Sampdoria, quella che ormai ha ben poco a che fare con i fasti dei tempi di
Vialli e Mancini, di Cassano e Pazzini, si è accorta sul serio di quanto sia difficile giocare in B, di quanto sia importante avere cuore più che tecnica, polmoni più che il curriculum. E che forse bisognerebbe cominciare a mettere un po’ il passato, sia pure glorioso, nel libro dei ricordi belli, provando a sfogliare, sul serio, solo la pagina dedicata ad un presente che per ora continua a regalare più dolori che gioie. Come in un freddo venerdì di dicembre, quando “l’altra” è diventata pian piano, con lo scorrere dei minuti, proprio la cara, vecchia Samp… La Juve, quella di Braglia, di Giglio e Manniello, ha dimostrato di esserci e di poter restarci in B. A dispetto di tutto e di tutti. E la sensazione è diventata quasi certezza: forse è davvero l’anno della Juve… Stabia.
*Giornalista de "Il Mattino"
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